Un concorso ancora più esterno
Penso che in un momento difficile come questo i partiti debbano e vogliano dare una prova di maturità, promuovendo riforme volte a un recupero di moralità e legalità”. La lunga intervista concessa ieri dal ministro della Giustizia, Paola Severino, al Corriere della Sera per illustrare i contenuti dell’emendamento al disegno di legge sulla corruzione, è apparsa per certi versi più ottativa che decisionista.
21 AGO 20

Penso che in un momento difficile come questo i partiti debbano e vogliano dare una prova di maturità, promuovendo riforme volte a un recupero di moralità e legalità”. La lunga intervista concessa ieri dal ministro della Giustizia, Paola Severino, al Corriere della Sera per illustrare i contenuti dell’emendamento al disegno di legge sulla corruzione, è apparsa per certi versi più ottativa che decisionista. Consapevole, se non rassegnata, al fatto che, al pari della riforma del lavoro, lo spazio di manovra che i partiti lasceranno al ministro tecnico sarà parziale. Cosicché, a fronte di un disegno di legge che intende essere sistematico, che prevede forti aumenti delle pene (cinque anni per la “corruzione per atti d’ufficio”), che addirittura introduce nuovi reati, il ministro prende atto che è “del tutto fisiologico” che in Parlamento si propongano modifiche, che “modificare l’intero meccanismo della prescrizione è complesso”, mentre per quel che riguarda la responsabilità civile dei magistrati “la situazione è ancora più complessa”. Soprattutto con i possibili condizionamenti di un clima mediatico e di un’opinione pubblica surriscaldati.
Proprio per questo, suscita qualche perplessità il fatto che alla domanda su ciò che va considerato “intangibile” della riforma, il ministro Severino risponda “la fattispecie di ‘corruzione tra privati’ e di ‘traffico di influenze illecite’”. In una materia già tanto delicata, e con aspetti di oggettiva urgenza da riordinare, queste due fattispecie sembrano destinate a rendere ancora più magmatico, e discrezionale, il quadro giuridico. Tanto più per il fantomatico “traffico di influenze illecite” che rischia di assomigliare, e non è un complimento, a un “concorso esterno” dai contorni ancora più vaghi. E questo in un paese – poiché le fattispecie di reato vanno calate nella cultura giuridica e anche nella storia giudiziaria – in cui il fumus di certe macchine mediatico-giudiziarie ha prodotto solo danni e inconsistenza probatoria. L’ultima, l’inchiesta sulla P4 che avrebbe voluto essere un monumento al reato di influenza illecita, è naufragata in modo imbarazzante, non senza aver sparso il proprio veleno grazie a un uso politicizzato e mediatico della giustizia che, da decenni, è la vera emergenza italiana. Di un reato in più per alimentare questa mostruosità, non si sente l’urgenza.